Kaka furore di Dio
La partita di ieri sera è stata bellissima, coronata per di più dalla saporosa sconfitta del Milan, dopo essersi tirato il collo per vincere a tutti i costi.
Vedere giocare il calcio a così alti livelli fa veramente apparire provinciale il nostro campionato, che oramai non è più il più bello del mondo e che sopravvive e si alimenta soprattutto del nostro intramontabile campanilismo – sia chiaro che non lo dico per biasimo, peraltro.
I momenti più importanti dello splendido incontro di ieri sera, che a mio giudizio con ogni probabilità rimarranno anche nella storia dello sport, sono le due reti di Kaka. Con la prima, si è bevuto un difensore che stava scannandosi e correndo più forte che poteva, per poi arrivare a tirare in porta. Con il secondo, sostanzialmente uguagliando Maradona, ha saltato tre uomini mettendosi da parte il pallone con la testa per poi recuperarlo e metterlo in rete.
Quando ho visto il primo gol mi sono fatto il segno della croce, come si fa quando si assiste a qualcosa di soprannaturale, a un miracolo. Davanti al secondo, che è stato ancora più mostruoso, non sono più stato capace di far nulla. Quell’uomo è veramente un mostro. In quel secondo momento, ho capito davvero quei tifosi di ciclismo che baciavano l’asfalto su cui era appena rotolata la gomma della bicicletta di Coppi.
Quando si vede un uomo fare cose del genere, che iniziano da uno schema e lo seguono solo per romperlo dieci, cento mille volte, che corrono lungo quel filo sottile che corre tra il destino e la volontà, tra la convinzione che si possa agire e tutto sia invece predeterminato e che evidentemente trovano energie e risorse anche al di fuori di loro stessi, si rimane sempre interdetti e ci si mette a pensare.
Kaka è un grande campione e vi dico ora che sono più le cose che ha ancora da fare, e da mostrarci, che quelle che ha già fatto.
Scopri di più da Vignola per me
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
Esistono i fenomeni che giocano nell’individualismo e per il proprio talento, ed esistono i giocatori che giocano per la squadra, che cercano come possono di far girare la palla per arrivare coralmente al gol.
I primi sono quelli che, una volta serviti, sta pur sicuro che la palla non te la ridanno più, perché tentano il loro numero, la giocata eccezionale, tutti i colpi, e quando gli riesce sono meravigliosi da vedere: saltano l’avversario in velocità, se ne fanno beffa con finte e dribbling secchi, lo stordiscono a suon di numeri e arrivano al tiro con una classe da fuori classe. Un esempio per tutti Cristiano Ronaldo.
I secondi, invece, sono quelli di cui non trovi quasi mai la foto sulla copertina della Gazzetta il lunedì, ma che sono tanto indispensabili quanto è vero che scendono in campo 11 giocatori per squadra, e che, se ognuno di loro provasse a saltare l’uomo ogni volta, si rischierebbe sempre di perdere palla e sprecare tutto, per ricominciare daccapo.
Per lo più i calciatori oggi si dividono nell’appartenenza ad una di queste 2 categorie, ma esistono però delle eccezioni, delle fortunatissime eccezioni. Sono quelle di cui pensi “lui sì che il pallone d’oro lo meriterebbe”, quelle eccezioni tanto rare quanto entusiasmanti da vedere, poichè non solo trattasi di giocatori con doti tecniche di gran lunga superiori ai compagni, in grado di saltare l’avversario a suon di finte e accelerazioni, in grado di piazzare la palla con una precisione chirurgica proprio lì nell’angolino.. ma sono anche gli stessi che sanno servire un compagno se piazzato meglio, che non si incaponiscono nella giocata individuale quando non conviene, che sanno esultare per il proprio gol come per quello dei compagni, non perdendo mai di vista l’ottica del gioco di squadra. Un esempio per tutti Ricardo Izecson Dos Santos Leite, o più semplicemente Kakà.
E quando martedì sera allo Stadio Old Trafford di Manchester, si è disputata l’andata della semifinale di Champion’s League tra i Red Devils e i rossoneri, un giocatore su tutti ha fatto vedere cosa significhi saper giocare il Calcio, per le doti individuali che ha e per la continua ricerca di un lavoro di squadra: trattasi, appunto, di Kakà.
Quel “ragazzino”, al minuto 22° del primo tempo, portante guarda caso la maglia n. 22 della squadra del Milan, dopo aver lottato insieme agli altri per reagire al vantaggio dei padroni di casa, si è inserito nell’area di rigore avversaria piazzando una diagonale perfetta, facendosi beffa di un incredulo Van Der Sar e del difensore che allungava la gamba nel vano tentativo di fermare un Campione. Poi, non contento al 37° si è esibito in un personalissimo secondo gol, piatto destro e palla in rete: per chi ha visto la partita, gol che si commenta da sè.
A mio avviso, Kakà siede già sul trono dei Grandi.
Hai ragione, una qualità di questo ragazzo è anche, forse soprattutto, la modestia.
Che è poi l’unica cosa che per il momento gli ha impedito di essere massacrato di botte come accadeva per esempio a Maradona che ad ogni partita veniva letteralmente rollato, sia perchè era tecnicamente necessario rendere inoffensivo il suo genio calcistico sia perchè era uno che le botte se le chiamava da sole.
Maldini è un grande campione, Cannavaro è un grande campione, Buffon è
> un grande campione, Seedorf, Cafu perfino Gattuso è un grande campione..
> giocatori apparentemente (e sostanzialmente) diversi fra loro accomunati
> però da una cosa: LA CONTINUITA’.
> Il grande campione e l’eterna promessa sono due cose ben distinte.
> Il grande campione è un vincente, ma non lo è perchè in un campionato
> segna 25 gol o perchè strabilia in una partita (sia pure importante), ma
> perchè per 15 anni è il migliore nel suo ruolo, o perchè alza una coppa
> del Mondo al cielo, o perchè gioca 3 finali mondiali o cinque di
> champions league.
> Per essere un grande campione non basta meravigliare, bisogna anche
> saper soffrire e.. crescere..