Diventare grandi non risparmia nessuno.
Marco Tedeschi, scomparso oggi, é stato il mio amico d’infanzia e mi va di ricordarlo.
Lo incontrai per la prima volta a ottobre 1975, il primo giorno di scuola, alle Mazzini, grembiuli neri e fiocchi azzurri. Lui, unico in tutta la classe, sapeva già leggere: l’insegnante lo mise alla prova e lui non solo ne era capace, ma leggeva in modo sicuro e spedito. Così la maestra disse, sorridendo, che lui era stato bravo e, mulinando veloce le mani davanti a sé, aggiunse che tutti noi avremmo dovuto pedalare per raggiungerlo. La cosa non mi suscitò invidia, ma ammirazione: lui poteva finalmente capire tutti i fumetti e i giornaletti di cui io mi limitavo a guardare solo le figure.
Oltre alla scuola, ci univa il fatto che le nostre mamme lavoravano assieme, nella scuola media, anche se la mia era un’amministrativa mentre la sua un’insegnante. Così, anche per quello spirito un po’ asfittico della provincia italiana particolarmente diffuso in quegli anni, finimmo per frequentarci molto: il pomeriggio o veniva lui a casa mia, un appartamento in affitto al quarto piano, rigorosamente senza ascensore, di fronte a dove ora ci sono le Poste, oppure andavo io a casa sua, una bella villa in via Modenese. Leggevamo giornaletti, commentavano insieme la mattinata a scuola, facevamo qualche gioco di società e giocavamo, come fanno tutti i bambini. Niente televisione, quella era per il momento in cui saremmo rimasti da soli, poco prima di cena, come costumava all’epoca.
Dopo le scuole elementari, iniziammo sempre insieme le medie, alle Muratori, dove c’erano le nostre mamme, che ci avevano iniziato più o meno contemporaneamente a frequentare lezioni di musica dal compianto e umanissimo prof. Guicciardi. Io però non avevo talento, lui invece ne mostrò subito molto e ne fu l’inizio di una passione, diventata poi protagonista della sua intera vita.
Ci siamo ritrovati insieme persino in quarta ginnasio, il primo anno del ciclo del liceo classico, con anche l’amico Stefano Ferrari, ma l’anno successivo Marco si trasferì in un liceo di Modena e così iniziammo a vederci meno e a condividere meno cose. Al tempo dell’Università, ci ritrovammo ancora una volta alla facoltà di Giurisprudenza di Modena, ma quella volta fui io ad andarmene, dopo pochi mesi a Bologna, anche se restano i ricordi di quei primi tre mesi di lezioni insieme a lui e a Stefano.
Di ricordi ne conservo poi tantissimi altri e in questi giorni mi stanno venendo in mente in ordine rigorosamente sparso: quando io, guidando la vespa verniciata a bomboletta verde fosforescente di suo fratello Paolo, finii dentro a un fosso giù nelle basse (ovviamente non avevamo né patente né età per guidare veicoli del genere); quando io e Stefano lo andammo a trovare ad ore tarde, non mi ricordo neanche in quale non posto della Bassa, e lui era là a fare piano bar con quello che poi sarebbe diventato il cantante dei Modena City Ramblers, per “80.000 lire e un panino”; le domeniche mattine all’Oratorio dopo la Messa, dove lui ci raggiungeva con la sua mitica Uno Turbo diesel verde metallizzato.
E tantissimi altri.
É stato una persona brillante, con un carattere puntuto, una sagacia originale che tuttavia sembrava a volte utilizzare solo per evitare il fastidio di vivere.
Non avrei mai pensato che sarebbe scomparso così presto. Anche se ormai non lo vedevo più, per me restava un pensiero in qualche modo caro, per le tante ore trascorse insieme quando non eravamo ancora niente di preciso, ma solo due bambini, e poi due ragazzi, che si divertivano a spendere vita insieme.
Morire é solo andare dall’altra parte del muro e non è giusto forse parlare, come facciamo tutti, di scomparsa.
Adesso é nella luce, che Dio lo accolga e lo tenga stretto. Ci rivedremo colà.
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