A m’arcòrd – Dizionario enciclopedico del dialetto modenese

Un linguaggio è sempre un fascio sconfinato di diversità. Non esiste un solo Italiano, un solo Inglese, un solo Modenese, ma tanti quanti le persone che lo parlano.
Un linguaggio, poi, non è mai solo uno strumento, un mero tramite, una convenzione di semplici termini per richiamare cose e fenomeni della realtà che sono sempre uguali tra loro. Una lingua è anche essa stessa, da sola, una fetta di realtà, una cultura nel senso più ampio e più vero del termine. Ci sono, infatti, concetti che esistono solo in alcuni contesti linguistici e sono inesprimibili in altri o – il chè è lo stesso – non vi sono comunque espressi. Ogni lingua è dunque un vaso ricolmo di saggezza, più quotidiana che scientifica, uno stormo di scheggie lucenti che rimbalzano da un esponente all’altro, un fuoco che si alimenta se solo lo si pensa.
Ecco perchè per tutti i Vignolesi, e Modenesi, della mia generazione il “dialetto” è una vera e propria seconda anima.
Smettiamolo, però, di chiamarlo così, meglio definirlo Modenese e basta. E’ infatti una vera e propria lingua, ne ha tutte le caratteristiche morfologiche, strutturali e sociali. I nostri nonni non lo parlavano proprio l’Italiano. Nè lo parlavano i nonni degli altri Italiani, altrimenti la nostra lingua nazionale non sarebbe così poco diffusa all’estero, dove paradossalmente sono invece diffusi i “dialetti”, come ad esempio a Buenos Aires dove si parla il bergamasco ma non l’italiano.
Dobbiamo essere consapevoli di essere l’ultima generazione a portare dentro di sè questa seconda anima, definita seconda solo per comodità di discorso ma non per importanza. Noi che lo abbiamo sempre ascoltato dai nostri padri e dai nostri nonni e lo abbiamo anche sempre parlato, più che altro in casa ed in famiglia – chè il Modenese è ingiustamente considerato la lingua dei poveri, anzi peggio dei bifolchi – lo stiamo già perdendo.
Le generazioni immediatamente successive alla nostra già non lo sentono, nè lo parlano più. Di ciò è complice sicuramente l’immigrazione, interna ed esterna, e la diffusione sempre maggiore dell’Italiano grazie alla televisione – anche se ci sarebbe molto da dire su questo Italiano imposto dal mezzo televisivo, quasi mai corretto, dimentico ogni volta dei congiuntivi, pieno di anglicismi gratuiti e di molti altri difetti.
Il Modenese, ad ogni modo, è stato classificato dall’Unesco tra le lingue in via di estinzione. E’ una realtà che è sotto gli occhi di tutti. Ed è una cosa che fa piangere, davvero, perchè è una parte di noi che muore. E’ la tragedia di sapere che i nostri figli non ci capiranno mai fino in fondo, perchè metà della nostra anima è legata, anzi integrata da quel linguaggio in fondo poetico, pieno di tanta autoironia e saggezza, che è il Modenese.
Con la scomparsa di una lingua non viene meno solo uno dei tanti modi possibili per esprimere le cose. Vengono meno le cose stesse. Ci sono perle di saggezza espresse in modi di dire tradizionali del Modenese, che non sono traducibili per chi non è intraneo della lingua, che appunto non è solo una lingua ma un contesto e una identità collettiva. E se queste cose fanno parte, come lo fanno eccome, della nostra identità siamo anche noi a morire a poco a poco.
Non c’è certamente da farsi illusioni, si tratta di un processo non reversibile. Però è giusto tentare di conservarne una memoria. La memoria è infatti la cosa più rivoluzionaria che esista al giorno d’oggi. Ecco perchè l’opera di Bellei è “salvifica”. Non solo traduce tutti i termini del dialetto modenese, ma riporta, all’interno delle singole voci, anche i classici modi di dire che in qualche modo li impiegano. Dentro a questo libro c’è, come in ogni libro e più che in ogni altro, tutto un mondo, a volte anche di personaggi concreti o figure oramai mitiche, che vengono puntualmente richiamati.
Un dizionario del “nostro” Modenese è una cosa da avere, per aprire la finestra sul nostro passato recente, che sembra oramai comunque così lontano, e sulla nostra identità che, anche se non verrà più riconosciuta, non verrà mai meno. Da leggere, qualche pagina alla sera, prima di addormentarsi, per nutrire ricordi dolci, divertenti o “saggi”.
Il dizionario di Bellei, peraltro, si può consultare anche on line. Fatelo, per rendervi conto della ricchezza dell’opera, che è vasta, ma poi procuratevi anche i tomi cartacei, da tenere e da sfogliare di quanto in quando.
Su tali premesse, e al di là di quanto potrà o vorrà fare ognuno di noi, diventando un “libro che cammina” come nel visionanario Fahrenheit di Truffaut, voglio anche aggiungere, concludendo, che penso che gli enti locali dovrebbero fare qualcosa per il Modenese. Ci sono tante cose che si potrebbero fare. Si dovrebbero, ad esempio, introdurre i segnali bilingue, non per revanscismo o altro ma solo per fare vedere ai giovani almeno quelle che oramai sono solo le vestigia di una nostra però non così antica identità, con la speranza che qualcuno un domani la vada magari a disseppelire come fece quell’archeologo tedesco innamorato di Omero con le porte di Troia.
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Il dialetto sempre meno…stretto.
Ho trent’anni e ho il ricordo di mia nonna che con me ha sempre parlato il dialetto fin da quando ero piccolo, aggiungendo, quasi involontariamente, alcune parole in “italiano” per essere sicura che capissi.Così l’ho imparato e così continuo ad usarlo.
E’ un peccato che questa lingua (come si diceva ahimè giustamente sopra) sia destinata all’estinzione…purtroppo le persone che la usano sono sempre meno e ai giorni nostri non viene considerata (a torto) tra i valori da preservare. E dire che è la cosa più naturale al mondo. Non è forse vero che per quanto uno impari bene una lingua straniera, quando si trovi in difficoltà o abbia bisogno di sfogarsi, istintivamente si esprime con le forme che più gli sono naturali (parolacce, modi di dire, imprecazioni…), e cioè nella propria lingua madre? Questo è quello che avviene con noi “dialettali”, è nella nostra natura, nella nostra memoria genetica. Si tratta della nostra “lingua madre”.
Complimenti all’opera di Bellei e a tutti coloro i quali vorranno derle un’occhiata senza vergognarsi di parlare il nostro dialetto e così trasmetterne una piccola fetta anche ai più giovani.
Il titolo corretto del libro, secondo me, dovrebbe essere “A m arcord”.
Infatti, in dialetto, ME/MI si dice sempre M, quindi non c’è nessuna elisione di vocale.
Esempio per chiarire:
A M CIAM (Mi chiamo).
questo dimostra che il ME/MI non ha vocale finale e quindi non si capisce l’uso dell’apostrofo.
Mi piacerebbe approfondire il dialetto dal punto di vista grammaticale.