E’ tornata l’Inter
“Se puoi incontrare il Trionfo e la Sconfitta e trattare questi due impostori alla stessa stregua…tua è la terra e quanto vi è in essa, e – cosa ancor più importante – tu sarai un uomo figlio mio!” (Kipling, “If”, inciso sopra la porta d’ingresso del campo centrale di Wimbledon).
Chi crede che le cose abbiano sempre un significato e chi, invece, che accadano e basta. Quelli che seguono il calcio fanno parte della prima categoria, credono che le vittorie, le sconfitte, i pareggi della propria squadra abbiano sempre un motivo e non siano semplicemente dovuti al banale fatto che un avversario, quel giorno, era più in forma dell’altro.
Difficile non pensare a queste cose, e un po’ anche al destino, dopo la sconfitta dell’Inter di ieri pomeriggio. Se questo episodio ha un valore o un significato, dunque, è quello di averci restituito la vera Inter, quella che, sul più bello, ti fa soffrire, perchè la delusione e l’amarezza sono colate a fuoco nel suo dna e in quello di tutti i suoi tifosi. Dopo un campionato condotto con stile da ferreo bulldozer, la compagine interista è tornata, improvvisamente, umana, molto umana, perdendo da quella stessa squadra che è appena tornata a casa con grande disonore dall’Europa, proprio nel giorno in cui avrebbe dovuto cogliere il suo trionfo.
Forse si può spiegare con il fatto che, come si dice tra appassionati, il pallone è rotondo e quindi tutto, nonostante ogni previsione sulla carta, può poi accadere sul campo. O forse c’è una spiegazione, per una volta, più profonda, che fa parte del destino o dell’inconscio di tutti noi.
Torna in mente il Giro d’Italia del 1983 quando il forte scalatore olandese Van der Velde scollinò sul Gavia con 23 minuti di vantaggio sul gruppo. La discesa in piena bufera di neve lo vede in crisi di fame e di freddo. Perso gran parte del suo vantaggio, la maglia ciclamino si ferma, butta la bicicletta in un burrone e si mette a piangere a dirotto. Dopo le insistenze dell’ammiraglia, riparte in sella ad una nuova bici e vince la tappa con 8 secondi di vantaggio sul gruppo, ancora in lacrime.
Dopo questo campionato, anche i tifosi d’annata non riconoscevano quasi più la loro Inter. Questa sconfitta serve a capire che la squadra che vincerà il campionato di quest’anno, tra due domeniche o quelle che saranno, è proprio quell’Inter che non vince un cazzo da decenni, che ha masticato amaro e mandato giù infiniti e incredibili rospi. Non è, invece, quel qualcosa di diverso, di non-umano, di artificiale, che, per una strana e incomprensibile alchimia, quasi sembrava nato dopo calciopoli .
Sarà quindi una vittoria molto più vera, quella di coloro che hanno temuto di perderla, ma anche paradossalmente di vincerla, perchè anche la vittoria fa paura, così come la sconfitta, e sarà bella come quella del pugile finito tante volte al tappeto prima di dare il colpo del ko al suo avversario.
(scritto con la collaborazione di Gianluca Ruggeri)
Scopri di più da Vignola per me
Abbonati per ricevere gli ultimi articoli inviati alla tua e-mail.
MILANO, 19 aprile 2007 – Il calcio è seducente come la musica. Incanta e stupisce. A volte regala l’Incompiuta. L’Inter la conosce bene. Ha spesso regalato la malia musicale di Franz Schubert. La delizia, prima del gelo.
IL 5 MAGGIO – L’Inter spesso è arrivata vicino al cielo, ma le porte del Paradiso non si sono schiuse. Brucia ancora la ferita dell’Olimpico, il 5 maggio 2002. L’Inter, con lo scudetto praticamente già sul petto, era passata in vantaggio 1-0, con gol di Vieri, e 2-1, con Di Biagio, ma poi era stata rimontata e battuta 4-2 dalla Lazio, così la Juve l’aveva sorpassata sul filo di lana. Non si è trattato di una prima. Già la Grande Inter di Helenio Herrera aveva conosciuto quell’umiliazione a Mantova, il 1° giugno 1967. Sempre in testa, entrò in campo con un punto di vantaggio sulla Juventus: 48 a 47. Dominò nel primo tempo: ma Zoff per tre volte salvò su Corso e Mazzola colpì la traversa. Quando poi Di Giacomo, un ex, avanzò in slalom e tirò, Giuliano Sarti, ben piazzato sul primo palo, protese le mani sicuro, ma la palla gli scivolò via, come una saponetta imprendibile. L’Inter fu battuta 0-1. E la Juve di Heriberto la superò.
IL TRAMONTO – Una settimana prima la Grande Inter aveva patito un’altra incompiuta. Il 25 maggio, a Lisbona, contro gli scozzesi del Celtic nella finale della coppa dei Campioni, passò in vantaggio su calcio di rigore con Mazzola. Ma fu rimontata e battuta 1-2. Quella settimana segnò il tramonto della Grande Inter. In verità la Grande Inter aveva regalato un’incompiuta anche ai suoi albori. Nella stagione 1961-62 aveva chiuso il girone d’andata con 5 punti di vantaggio sul Milan e tutto lo stadio cantava «Moratti-Herrera, questa è l’Inter vera». Poi la marcia s’inceppò e il Diavolo la sorpassò.
UEFA AMARA – Anche l’Inter dei record, il 7 dicembre 1988, conobbe uno stop amaro. Dopo aver espugnato il campo del Bayern con un 2-0, nel giorno della galoppata di Berti passata alla leggenda, riuscì a farsi eliminare dalla Uefa perdendo in casa 1-3. Per non parlare della sconfitta con lo Schalke ai rigori nella finale di coppa Uefa il 21 maggio 1997. La storia nerazzurra può essere terapeutica. Ma il calcio non consente dilazioni. L’Incompiuta è seducente, ma fa godere solo quei diavoli dei rivali.
Vorrei scrivere le incompiute della juve, ma non ci sono abbstanza numeri per elencarle tutte…